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domenica 30 agosto 2015

Il futuro




“Come posso aiutarla? Mi dica”.

“Potremmo…” Lanciai uno sguardo intorno: la sala d’attesa del commissariato era affollata di gente che era stata aggredita o rapinata e doveva presentare una denuncia, gente che era stata convocata per un colloquio, gente in coda per ottenere un documento. “Quello che ho da dirle è un po’… un po’ particolare, potremmo parlare in privato?”

Il poliziotto mi squadrò. “Ma certo. Venga”.

Mi sentii sollevato. Non sapevo neppure io dove avessi trovato il coraggio di entrare nel commissariato. Seguii l’uomo lungo un corridoio. Forse facevo ancora in tempo a scusarmi, a dire che mi ero sbagliato. Ma lasciai che le mie gambe continuassero a muoversi. Mi fece accomodare in un ufficio vuoto e chiuse la porta.

Ci sedemmo ad una scrivania. “Mi dica tutto”.

Mai come quando si deve rendere una confessione i rumori si fanno così chiari ed invadenti. Udivo il parlottio delle persone in sala d’attesa, il traffico giù in strada, la lancetta dei secondi dell’orologio a parete, il respiro tranquillo del poliziotto. Aveva un viso vissuto ma gentile. Era stato l’unico a rivolgermi la parola. I suoi colleghi mi avevano ignorato, sebbene fossi rimasto almeno dieci minuti in piedi al centro della sala d’attesa. Ma avevo bisogno che qualcuno venisse in mio soccorso. Da solo non ce l’avrei mai fatta.

“Innanzitutto voglio ringraziarla”, dissi.

Lui fece un gesto con la mano e sorrise. “Niente. La ascolto”.

Presi un respiro profondo. “Si tratta di mia moglie Enrica”.

Lui non disse niente, perciò continuai. “Siamo sposati da dieci anni. Non abbiamo figli. Ci abbiamo provato, ma non sono venuti. Stavamo pensando all’adozione, ma poi io ho perso il lavoro. Enrica ha un impiego part-time, io solo il sussidio. Pochi soldi, abbiamo dovuto rinunciare. Ma non è questo il problema”.

“Mi dispiace. Tante famiglie sono in difficoltà. Ma la crisi sta per finire, mi creda. Lei che lavoro faceva?”

“Impiegato. Per una catena di negozi d’informatica. Poi l’azienda è fallita e siamo andati tutti a spasso”.

“E sua moglie?”

“Tiene corsi di ginnastica in una palestra”.

Il poliziotto attaccò un discorso piuttosto generico sulla situazione economica. Cazzate, ma sortì l’effetto che voleva: mettermi a mio agio. Era simpatico, disponibile. La sua voce era profonda, rassicurante. “Allora, mi stava dicendo di sua moglie Enrica”.

“Mia moglie… mia moglie non è più lei”. Prima che potesse parlare, dissi: “Lo so, sta pensando che mi sarei dovuto rivolgere ad uno psicologo, o ad un terapeuta di coppia. No, quando dico che mia moglie non è più lei, intendo dire esattamente questo, che non è più lei”. Arrossii.

“Mi faccia capire. Sua moglie non sarebbe più sua moglie?”

“Esatto. Fisicamente è come se fosse mia moglie, ma per il resto…”

“Mi scusi, ma non capisco”.

“L’altro giorno ho trovato una foto del nostro viaggio di nozze e gliel’ho mostrata, e lei non si ricordava nemmeno dove fosse stata scattata. Non sa più i nomi dei miei fratelli e dei miei genitori. E nemmeno dei suoi. Si immagini! I nomi di suo padre e di sua madre! Lo so, adesso sta pensando che sarei dovuto andare da un medico… e in effetti ci sono andato. Enrica è stata visitata dal miglior neurologo in città. Gli esami hanno dato esito negativo e lei del resto è in possesso di tutte le sue normali facoltà. Anzi, da questo punto di vista mi sembra più intelligente. Non che non lo fosse già, s’intende. Ma adesso ha sviluppato una specie di… cervello scientifico. Sa fare a mente dei calcoli complicatissimi. Quando eravamo dal medico si è messa a parlare con lui delle formule chimiche dei medicinali come se fosse una dottoressa o una farmacista. E poi c’è un’altra cosa… più personale… con mia moglie c’è sempre stata molta passione, ma adesso lei è proprio assatanata…”

Il poliziotto scoppiò a ridere.

“Il fatto è che ho la sensazione, anzi, la certezza che la donna con la quale vivo non sia mia moglie. Non so come spiegarglielo, ma non è lei. È un’estranea. Fisicamente è uguale, glielo ripeto, ma a livello inconscio io so che non è lei. Adesso può ridere ancora, se vuole”.

“Non intendevo offenderla”, disse allegro il poliziotto. Sorrise, come se avesse capito qual era il problema.

“Non sono pazzo”, mi affrettai a dire.

“Lo so”.

La sua risposta, immediata e sicura, mi prese alla sprovvista.

“Mi ha detto che sua moglie è – diciamo così – più vivace da un punto di vista sessuale. È cambiata anche sotto altri punti di vista?”

Pensai a tante cose, piccoli gesti che c’erano stati tra di noi e che mi avevano sorpreso. Per anni il nostro rapporto era andato avanti stanco, adagiato su una routine piatta; ora eravamo come due innamorati incoscienti che fanno un sacco di sciocchezze. Avevo riscoperto il gusto di corteggiarla, di farla ridere, di fare l’amore con lei. Non m’importava più cosa facevamo fintanto che la facevamo insieme; non mi sentivo depresso come prima, demoralizzato per la mancanza di lavoro e per un figlio mai arrivato. Ero felice, ottimista.

“Vede?”, disse il poliziotto. “Non sembra anche a lei che la situazione sia migliorata?”

“Sì”, concordai. Fissai il poliziotto a bocca aperta. “Ma come ha fatto? Mi ha letto nella mente?” Quelle cose mica le avevo dette a voce alta!

“Venga”, disse lui.

Mi prese sottobraccio e mi condusse fuori. In sala d’attesa c’era silenzio, tutti ci guardavano. Anzi, guardavano me. E sorridevano. Ad un tratto partì un applauso spontaneo.

Avvampai, imbarazzato. “Non capisco…” Era piacevole, quel tributo di stima.

“Ma sì che capisce, lei ha già capito tutto”, disse il poliziotto, battendomi la mano sul braccio. “Venga, venga”.

Uscimmo. Era una giornata radiosa. Ci fermammo sul marciapiede, riscaldati dal sole, accarezzati da una brezza profumata. Stavo da dio.

“L’umanità non è più senza speranza, mio caro signore. L’umanità sta cambiando, e tra una o due generazioni, sarà l’umanità che tutti voi avete sempre sognato. L’umanità che i poeti e i filosofi hanno immaginato e teorizzato secoli e secoli or sono, quell’umanità amorevole e compassionevole che i vostri testi sacri hanno profetizzato. Ci siamo, caro signore, ci siamo quasi! Certo, è stato necessario inoculare un gene straniero, chiamiamolo così, un gene proveniente dal cosmo profondo, un gene che ha compiuto un lungo viaggio prima di trovare un terreno di coltura nel quale ambientarsi e crescere. Ma non si spaventi, ciò non significa che voi non sarete più voi. Voi sarete sempre voi… con una piccola aggiunta, noi. Non abbia paura, caro signore, sua moglie è sempre sua moglie. Continui a vivere una vita felice al suo fianco, e cosa importa se non ricorda qualche dettaglio del passato? Sono solo dei nomi, si possono imparare! E in quanto al viaggio di nozze… che le importa? Fatene un altro! Riempia lo spazio vuoto con ricordi nuovi. Sono certo che saranno più belli ed emozionanti! Adesso torni pure a casa, e non dimentichi mai di essere sempre felice e innamorato di sua moglie!”

“Ma… cambierò anch’io?”

“Certamente, caro signore. Cambierete tutti – cambieremo tutti. Il passato non ci sarà più, questo triste, arido passato di odio e ostilità. Ci sarà solo il futuro, un futuro meraviglioso! Coraggio, caro signore, coraggio! Il futuro, il futuro!”

Le parole del poliziotto risuonavano ancora nella mia mente quando, non appena misi piede in casa, Enrica mi buttò le braccia al collo e con un bacio mi annunciò di essere incinta.








mercoledì 15 luglio 2015

Il sequestro Monaci



Dunque, ho appena finito di scrivere una storia, un giallo/thriller/noir. La storia di un sequestro. Ho scritto la prima stesura nel 2011, ma non mi ha soddisfatto pienamente e l’ho chiusa nel proverbiale cassetto. In questi anni la storia è rimasta con me, perseguitandomi come il fantasma di una creazione incompiuta che voleva ostinatamente venire alla luce. Ha insistito così tanto che alla fine ho dovuto recuperare il manoscritto dal cassetto, soffiar via la polvere e tornare a lavorarci. Non potevo portarmi dentro quel fantasma per sempre, no?

Ho scritto una seconda stesura. 85.000 parole. All’incirca 300 pagine. Ma non ero ancora soddisfatto (o meglio, era il fantasma a non essere soddisfatto della forma che gli avevo dato; sanno essere oltremodo puntigliosi, questi spettri). Se un testo non soddisfa, ci sono due strade: o si riscrive o si taglia. Io avevo scritto e riscritto e credevo che il materiale fosse buono e non mi convinceva la prospettiva di una terza riscrittura; allora ho impugnato le forbici.

Zac! Da 85.000 a 55.000. Un bel taglio netto. La storia, ridotta all’osso. Più che un testo narrativo, una sceneggiatura. Ultimamente sono affascinato dal cosiddetto stile behaviorista; Manchette spiega benissimo di cosa si tratta:

“[Lo stile behaviorista] Parla solo di quel che appare; deduce la realtà dalle apparenze, e non dalla vaga interiorità dei personaggi.” (Jean-Patrick Manchette, “Le ombre inquiete”, Cargo, p.134)

Non ho niente in contrario all’esposizione dell’interiorità dei personaggi; ho riempito pagine e pagine di interiorità (che non sono le interiora!) dei personaggi. Però mi piace l’idea – la sfida – di dedurre la realtà dalle apparenze. In fondo, come possiamo conoscere ciò che frulla veramente nella testa delle persone? Ci fidiamo di quel che ci viene detto, o il comportamento è la miglior riprova di quanto affermato?

Va bene, il comportamento. D’accordo. Ma è sufficiente per illuminare l’anima dei personaggi? Essi non rischiano di essere delle marionette? Manchette (sempre lui!) scrive:

“I personaggi perseguono i propri interessi, ma realizzano anche qualcos’altro che era nascosto.” (Jean-Patrick Manchette, cit., p.64)


Psicologia da due soldi: le nostre azioni sono condizionate dai nostri pensieri e – soprattutto – dal nostro inconscio. Ciò che si agita in profondità trova comunque il modo di affiorare. C’è chi lo fa affiorare vivisezionando i sentimenti dei personaggi, rivelandone le più lievi e nascoste sfumature, e c’è chi lo fa affiorare mettendo in scena i gesti, i tic, le parole, le reazioni fisiche (quanti arrossamenti, quanti tremiti nella voce, quanti denti digrignati!)

Il gioco è lo stesso; sono solo due modi diversi di giocare. Il bello è servirsi ora dell’uno, ora dell’altro; offrire al lettore una riflessione intima e poi colpirlo allo stomaco con una cruda scena d’azione; il bello è contaminarsi e contaminare.

giovedì 30 aprile 2015

Il manoscritto



Le diciannove e trenta. Ora di chiusura.

Finalmente.

Spensi il computer e schiacciai il tasto che attivava la segreteria telefonica. Tirai giù la serranda e andai a pisciare. Mi lavai le mani. Mentre l’acqua calda scorreva tra le dita insaponate, lo specchio mi restituì l’immagine di un volto dall’aria malsana. La barba di qualche giorno spiccava sul pallore generale delle gote e della mascella. Un volto molliccio, i cui angoli cominciavano a cedere. Le labbra esangui e le borse sotto gli occhi mi facevano sembrare un vampiro. Scoprii i denti in un ghigno silenzioso, giusto per controllare se mi fossero cresciuti i canini.

Indossai il cappotto, misi la borsa a tracolla, spensi la luce, uscii e chiusi la porta a chiave. L’ufficio era vuoto, tutti erano già andati via. La mia stanza era l’ultima in fondo al corridoio, vicino al cesso. Se la segretaria dello studio commercialista avesse saputo che udivo i suoi amplessi con straordinaria chiarezza, forse sarebbe andata a scoparsi da un’altra parte il cliente delle 14 e 30 del martedì. Lui non l’avevo mai visto in faccia, sapevo solo che faceva dei versi scimmieschi quando veniva. Lei era carina, con una pelle morbida non ancora sciupata. Le rare volte che mi rivolgeva la parola, usava un tono antipatico, come se le ispirassi ripugnanza.

Le altre stanze erano affittate da un architetto e da un web designer. Staccavano tutti prima di me. Io ero costretto a rimanere inchiodato alla mia scrivania perché il mio capo, un emerito stronzo, si divertiva a controllarmi. Telefonava un minuto prima della fine dell’orario di lavoro e se non sentiva la mia voce, mi tratteneva la giornata dallo stipendio. Più che uno stipendio, era un’elemosina. Ma ne avevo bisogno. Ero il mica tanto orgoglioso impiegato della casa editrice “La Bottega dei Manoscritti”. Il solo e unico impiegato.

I miei compiti erano semplici. Rispondevo al telefono e alle e-mail. Aprivo la posta e allineavo i manoscritti degli aspiranti scrittori sull’apposito scaffale. Su ciascun manoscritto apponevo la data d’arrivo: allo scadere dei sei mesi di permanenza sul suddetto scaffale, addossati gli uni agli altri come cenciosi mendicanti, li prendevo e li cestinavo. Di quella roba non leggevo neanche una riga. Pubblicavamo più che altro brevi pamphlet di scrittori inglesi e francesi del Sette e Ottocento. Materiale visto e rivisto nelle librerie; materiale fuori dal diritto d’autore. Il capo si occupava della traduzione, io ideavo quella che pomposamente chiamavo una “nuova veste editoriale”, e questo era sufficiente a farci prendere i finanziamenti pubblici.

Aprii la porta dell’ufficio. C’era una ragazza, sul pianerottolo. I capelli scuri incollati alla testa, il lungo cappotto di pelle rigato da rivoli d’acqua. Gocciolava, e intorno ai suoi stivali neri s’era formata una pozza.

“Posso chiederle un'informazione?”, domandò. La sua voce era fievole, eppure nitida.

Chiusi la porta e diedi le mandate. “È tardi. Torni un’altra volta”.

Presi le scale perché per arrivare all’ascensore avrei dovuto passarle accanto.

“Lei lavora per la casa editrice?”, mi domandò, scendendo dietro di me.

Non mi presi il disturbo di risponderle. Cercai l’ombrello nella borsa. A giudicare da come era ridotta la ragazza, doveva venire giù un sacco d’acqua. La fermata dell’autobus era solo ad un paio di isolati, ma mi conveniva andare a prendere la metropolitana anziché rischiare d’aspettare il bus sotto la pioggia.

Poi sentii la sua mano sulla spalla e mi spazientii.

“Senta…”

“Non sono stato chiaro? L'ufficio è chiuso. Torni un’altra volta. Adesso ha capito?”

Mi fissò, impietrita, infuriata. “Non c’è bisogno di essere maleducati”.

“Le auguro una buona serata”. Ripresi a scendere le scale.

Lei mi corse dietro. Odorava di pioggia e, non so, di qualcosa che non riuscivo ad individuare. Ma non un odore cattivo, anzi. Come di un’erba esotica, intensa.

“È che non ho ricevuto risposta e allora ho pensato di passare un istante… Il suo ufficio mi è di strada”.

“Mi dispiace che abbia fatto questa deviazione e che si sia bagnata per niente”, dissi senza voltarmi.

“Forse lei può darmi qualche aggiornamento, mi chiamo…”

La interruppi. “Lei ha letto le istruzioni sul sito?”

“Sì, certo”.

“Allora avrà letto che, passati sei mesi dall’arrivo del manoscritto, in caso di mancata comunicazione da parte della casa editrice, il manoscritto s’intende rifiutato”.

Per un istante si udì solo lo scalpiccio delle mie Clarks (non le scarpe ideali da indossare durante un diluvio) e dei suoi stivali. Alcuni mesi fa, non ricordavo quanti, avevo archiviato un manoscritto con la copertina nera e il titolo – neppure quello ricordavo – stampato in grandi lettere argentee. Mi sembrava fosse un romanzo fantasy, oppure horror, o un ibrido tra i due generi; mi aveva inquietato, quel manoscritto nero, mi aveva fatto pensare ad un trattato segreto di negromanzia, o ad un formulario di stregonerie.

Continuai: “Mi dica: ha forse ricevuto una comunicazione dalla casa editrice? Un’e-mail, una telefonata, un messaggio, una raccomandata, un telegramma, un piccione viaggiatore?”

“No, niente”.

Mi fece piacere sentire la delusione nella sua voce. E la rabbia, e la rassegnazione. “E allora quale conclusione possiamo trarre?”, ghignai.

“Ma io non ho inviato un manoscritto”.

Mi fermai. Lei era qualche gradino sopra di me. Sembrava più alta, un’ombra che si allungava dal pavimento al soffitto, che occupava l’intera tromba delle scale, un torrente d’oscurità che puntava verso di me.

“Scusi?”, mormorai, rimproverandomi per aver sussultato. Quel tratto delle scale era buio perché la lampadina era bruciata. La ragazza era quella di prima. Non riuscivo a vedere il suo viso, solo lo scintillio dei suoi occhi.

Come possono i suoi occhi scintillare se non c’è alcuna illuminazione, come possono emettere dei bagliori se non un raggio di luce li raggiunge?

Ignorai questo pensiero. Era razionale, ed era inquietante: provavo paura, non potevo più negarlo, ma bloccai fuori dalla mente il pensiero prima che l’inquietudine che esso portava con sé potesse insinuarsi sotto la mia pelle, farmi rabbrividire.

“Ho detto”, disse lei con voce ferma, “che non ho inviato alcun manoscritto”.

“Ma allora… allora forse ha sbagliato persona. Cercava… cercava forse lo studio commercialista?”

“No, cercavo te”. Pronunciò il mio nome.

Mi parve d’essere accarezzato da una mano gelida e rigida, la mano d’un cadavere.

“E allora cosa… cosa ha inviato, mi scusi?”

Mi passò accanto, sfiorandomi con i suoi abiti bagnati. Il suo profumo sensuale mi avvolse. I suoi occhi brillavano. Vidi la sua bocca, le sue labbra rosse, umide.

“Lo scoprirai”.

E con questo fu oltre. Svoltò l’angolo e non la vidi più. Ascoltai i suoi passi giù per le rampe, mescolati al battito del mio cuore. Respiravo il suo odore come se mi si fosse incollato agli abiti, alla pelle. Una goccia mi scese lungo la fronte. L’intercettai con le dita. Non era sudore. Mi toccai i capelli. Erano fradici. Il mio giaccone era pesante, zuppo, i jeans bagnati, le scarpe piene d’acqua.

“Ma che cazzo?...”, balbettai.

Non udivo più i passi della ragazza. Rimasi in ascolto, attendendo invano di udire il portone aprirsi e richiudersi.

Mi sta aspettando, realizzai. Lei è giù, aspetta me.

Mi voltai, guardai le rampe che avevo appena sceso. I gradini scomparivano nell’oscurità. Gradini ripidi come pareti scoscese. Le tenebre calavano verso di me come la nebbia rotola nelle vallate, riempiendole, inghiottendo tutto. Corsi giù, scivolando e sbandando, rischiando molte volte di cadere.

L’androne era un antro scuro. Dopo un istante di esitazione, corsi al portone senza guardare cosa ci fosse in agguato negli angoli bui, cosa si nascondesse dietro i grandi vasi circolari che abbellivano l’ingresso del palazzo. Se mi fossi fermato a pensare, a riflettere sull’incoerenza dell’esperienza che vivevo, mi sarei bloccato. E io non volevo rimanere lì. Volevo essere fuori. Essere via, lontano.

Mentre attraversavo a lunghe falcate l’androne, spruzzando di goccioline il pavimento di marmo immacolato, udii squillare il telefono dell’ufficio. Impossibile, era cinque piani più su. Ma lo sentivo, come se ce l’avessi accanto. Udii gli squilli, la segreteria scattare, la voce del mio capo accusarmi d’essere uscito in anticipo, avvisarmi che ero nei guai.

Spinsi il pulsante d’apertura, tirai la maniglia della porticina che s’apriva nel grande e pesante portone – avevo sempre trovato singolari e in una certa misura misteriose quelle piccole porte collocate nei portoni, le visualizzavo come fori situati dentro altri fori e ridevo un po’ sgomento dell’assurdità di quell’immagine – e mi precipitai fuori, il respiro tumultuoso, il sangue che pulsava nelle tempie.

Il fragore di un tuono mi assordò. La strada, battuta con violenza dalla pioggia, fu rischiarata da un fulmine, un flash accecante che delineò con nitidezza ogni forma, ogni contorno. Poi tutto tornò nell’oscurità, e pregai che quell’oscurità durasse in eterno perché nell’istante in cui la luce fredda della scarica elettrica l’aveva ricacciata indietro, i miei occhi erano stati sconvolti dalla visione di una creatura spaventosa, un orrore informe che riempiva l’intero orizzonte, affondando nel suolo e innalzandosi fino al cielo, una mostruosità dotata di tentacoli e rostri, artigli e zanne.

Gli scrosci aumentarono d’intensità, le folate di vento mi gettavano in faccia l’acqua fredda e scura, satura d’un olezzo rivoltante. L’orrore avanzò verso di me. Non lo vedevo, ma udivo i suoi gemiti. Era un piagnucolio straziante, supplichevole; esso aveva fame e mi implorava di saziare il suo appetito, un appetito inappagabile che lo tormentava da ere. Il lamento dell’essere mostruoso si mescolò ad un trillo acuto, distante, sostituito poi da un borbottio irato, l’anatema che un dio folle sussurrava a se stesso.

Mi voltai per rifugiarmi nell’androne del palazzo – sciocco pensare che un portone, in fondo nient’altro che un semplice insieme di assi di legno, potesse fermare quel gigantesco obbrobrio; ma ci aggrappiamo a qualsiasi speranza nel momento in cui la mente è sopraffatta dal terrore – quando vidi la ragazza.

Chiudeva dolcemente la porticina.