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lunedì 12 ottobre 2015

L'importanza di Jean-Patrick Manchette





Jean-Patrick Manchette, nato nel 1942, è stato un traduttore, sceneggiatore, critico e scrittore francese. Tra gli anni ’70 e gli anni ’80 ha pubblicato una decina di romanzi entrati nella storia del noir. È scomparso nel 1995 a causa di un male incurabile, lasciando incompiuto il suo ultimo capolavoro, “Principessa di sangue”.

Nell’acuto e ironico volume “Le ombre inquiete”, una raccolta di saggi e articoli, Jean-Patrick Manchette racconta di essere stato iniziato alla lettura dei romanzi gialli dalla sua nonna scozzese, appassionata della Série Noire. Da adulto, l’amore per questo genere si è trasformato in un lavoro: Manchette è stato anche traduttore (dall’inglese). Questo gli ha dato la possibilità di leggere e apprezzare i capolavori degli scrittori americani in originale. Manchette non si è mai stancato di sottolineare l’importanza della traduzione. Essa deve essere accurata, sempre, anche quando si tratta di romanzi d’evasione. Ma i gialli sono veramente romanzi d’evasione? Romanzi buoni da leggere in treno, come diceva lo stesso Manchette?

Usando un gioco di parole, si può dire che l’importanza di Manchette è stata quella di comprendere l’importanza del romanzo giallo. Più nello specifico, del romanzo noir, ossia l’hard-boiled, il noir violento americano.

Secondo Manchette, il noir nasce negli Stati Uniti negli anni Venti e si sviluppa lungo il trentennio successivo, fino agli anni Cinquanta, quando le mutate condizioni sociali e politiche decretano la sua morte. L’indiscusso padre fondatore del genere è Dashiell Hammett; grazie a lui e a numerosi altri autori, il noir esce dalle pulp magazine nelle quali era confinato ed invade le librerie con le sue storie a base di piombo e sangue. L’ultimo grande maestro è Raymond Chandler. Se lo stile di Hammett è crudo e diretto, le parole di Chandler si librano su ali poetiche. Leggendo le opere di Hammett pare di assistere ad un incontro di boxe nel quale ogni colpo è permesso, e se è un colpo basso, tanto meglio. Chandler parte invece dalle psicologie dei personaggi, tratteggiate in ogni sfumatura, psicologie dalle passioni violente e inarrestabili. Hammett porta il lettore nell’arena della vita e non gli risparmia alcuna bassezza; le stesse bassezze le ritroviamo in Chandler, ma ammantate di una lirica che ha il sapore della tragedia greca.

La tesi di Manchette è semplice: la letteratura (come ogni altra forma d’arte) rappresenta la coscienza dell’epoca che la produce; nel caso del noir si tratta di una coscienza decisamente sporca. Nel poliziesco tradizionale, spiega Manchette, esiste un ordine sociale che viene turbato dal delitto; con lo smascheramento del colpevole (che tradizionalmente avviene all’ultima pagina), l’ordine viene ristabilito e la buona società può tornare a dormire sonni tranquilli. Nel noir non c’è alcun ordine da ristabilire e il delitto è la pura e semplice conseguenza dello stato delle cose: vale la legge del più forte, la corruzione contamina la società a qualsiasi livello, la criminalità organizzata si è perfettamente integrata nelle istituzioni, diventandone una parte fondamentale. Non è una bella prospettiva, ma, scrive Manchette, le cose stanno così. Su questo sfondo deprimente si muovono gli oppressi e gli sconfitti, miserabili che si sbranano l’un l’altro per poche briciole di pane.

Occorre abbandonare ogni speranza, dunque? No, per fortuna. In mezzo a questo letame, c’è una figura che non si piega: il detective privato. È lui l’unico, vero eroe del noir, l’unico eroe possibile. Non può essere un poliziotto perché il poliziotto fa parte delle istituzioni e dunque è corrotto oppure complice; non può essere un delinquente perché il delinquente ha perso qualsiasi scrupolo e senso morale. Morale: ecco il termine chiave per interpretare la figura del detective privato. Sotto una dura scorza di cinismo e disillusione, il detective privato nasconde un profondo senso etico, una virtù che lo guida nella notte senza fine rappresentata dalla società ingiusta nella quale opera. Il detective privato sa di poter porre rimedio a qualche torto, ma sa di non poterli aggiustare tutti: e dunque gli rimane un’espressione di profonda amarezza sul volto. E nonostante tutto continua ad accogliere i suoi clienti e ad ascoltare le loro bugie, i loro tentativi di manipolarlo.

Abbiamo detto che secondo Manchette il noir muore negli anni Cinquanta. Muore perché è stato la fotografia di un’epoca, un’epoca ormai giunta al termine. Il proibizionismo, il gangsterismo, tutto è cambiato dopo la Seconda Guerra Mondiale e l’inizio della Guerra Fredda. Nuovi generi e nuovi eroi si affacciano alla ribalta (la spy-story e gli agenti segreti come James Bond, ad esempio).

Il noir, il vero noir è davvero finito? Molti giurano di no. È la letteratura della crisi, è il fantasma che si aggira nella nostra società, turbando le nostre coscienze. Ha dato origine a mille sottogeneri diversi: dal noir metropolitano al police procedural al giallo storico (basta farsi un giretto su Wikipedia per trovare tutta la discendenza). Ai lettori è rimasta la voglia di leggere storie forti, che tolgono il fiato come un pugno nello stomaco; e negli scrittori è ancora viva la volontà di misurarsi con un genere che forse meglio di qualsiasi altro è in grado di fornirci una radiografia della nostra società, una radiografia impietosa, un intreccio soffocante tra affari, politica, corruzione, delinquenza; un terreno di battaglia, tuttavia, nel quale è ancora possibile trovare un eroe che incarni il desiderio di un mondo più giusto.


domenica 30 agosto 2015

Il futuro




“Come posso aiutarla? Mi dica”.

“Potremmo…” Lanciai uno sguardo intorno: la sala d’attesa del commissariato era affollata di gente che era stata aggredita o rapinata e doveva presentare una denuncia, gente che era stata convocata per un colloquio, gente in coda per ottenere un documento. “Quello che ho da dirle è un po’… un po’ particolare, potremmo parlare in privato?”

Il poliziotto mi squadrò. “Ma certo. Venga”.

Mi sentii sollevato. Non sapevo neppure io dove avessi trovato il coraggio di entrare nel commissariato. Seguii l’uomo lungo un corridoio. Forse facevo ancora in tempo a scusarmi, a dire che mi ero sbagliato. Ma lasciai che le mie gambe continuassero a muoversi. Mi fece accomodare in un ufficio vuoto e chiuse la porta.

Ci sedemmo ad una scrivania. “Mi dica tutto”.

Mai come quando si deve rendere una confessione i rumori si fanno così chiari ed invadenti. Udivo il parlottio delle persone in sala d’attesa, il traffico giù in strada, la lancetta dei secondi dell’orologio a parete, il respiro tranquillo del poliziotto. Aveva un viso vissuto ma gentile. Era stato l’unico a rivolgermi la parola. I suoi colleghi mi avevano ignorato, sebbene fossi rimasto almeno dieci minuti in piedi al centro della sala d’attesa. Ma avevo bisogno che qualcuno venisse in mio soccorso. Da solo non ce l’avrei mai fatta.

“Innanzitutto voglio ringraziarla”, dissi.

Lui fece un gesto con la mano e sorrise. “Niente. La ascolto”.

Presi un respiro profondo. “Si tratta di mia moglie Enrica”.

Lui non disse niente, perciò continuai. “Siamo sposati da dieci anni. Non abbiamo figli. Ci abbiamo provato, ma non sono venuti. Stavamo pensando all’adozione, ma poi io ho perso il lavoro. Enrica ha un impiego part-time, io solo il sussidio. Pochi soldi, abbiamo dovuto rinunciare. Ma non è questo il problema”.

“Mi dispiace. Tante famiglie sono in difficoltà. Ma la crisi sta per finire, mi creda. Lei che lavoro faceva?”

“Impiegato. Per una catena di negozi d’informatica. Poi l’azienda è fallita e siamo andati tutti a spasso”.

“E sua moglie?”

“Tiene corsi di ginnastica in una palestra”.

Il poliziotto attaccò un discorso piuttosto generico sulla situazione economica. Cazzate, ma sortì l’effetto che voleva: mettermi a mio agio. Era simpatico, disponibile. La sua voce era profonda, rassicurante. “Allora, mi stava dicendo di sua moglie Enrica”.

“Mia moglie… mia moglie non è più lei”. Prima che potesse parlare, dissi: “Lo so, sta pensando che mi sarei dovuto rivolgere ad uno psicologo, o ad un terapeuta di coppia. No, quando dico che mia moglie non è più lei, intendo dire esattamente questo, che non è più lei”. Arrossii.

“Mi faccia capire. Sua moglie non sarebbe più sua moglie?”

“Esatto. Fisicamente è come se fosse mia moglie, ma per il resto…”

“Mi scusi, ma non capisco”.

“L’altro giorno ho trovato una foto del nostro viaggio di nozze e gliel’ho mostrata, e lei non si ricordava nemmeno dove fosse stata scattata. Non sa più i nomi dei miei fratelli e dei miei genitori. E nemmeno dei suoi. Si immagini! I nomi di suo padre e di sua madre! Lo so, adesso sta pensando che sarei dovuto andare da un medico… e in effetti ci sono andato. Enrica è stata visitata dal miglior neurologo in città. Gli esami hanno dato esito negativo e lei del resto è in possesso di tutte le sue normali facoltà. Anzi, da questo punto di vista mi sembra più intelligente. Non che non lo fosse già, s’intende. Ma adesso ha sviluppato una specie di… cervello scientifico. Sa fare a mente dei calcoli complicatissimi. Quando eravamo dal medico si è messa a parlare con lui delle formule chimiche dei medicinali come se fosse una dottoressa o una farmacista. E poi c’è un’altra cosa… più personale… con mia moglie c’è sempre stata molta passione, ma adesso lei è proprio assatanata…”

Il poliziotto scoppiò a ridere.

“Il fatto è che ho la sensazione, anzi, la certezza che la donna con la quale vivo non sia mia moglie. Non so come spiegarglielo, ma non è lei. È un’estranea. Fisicamente è uguale, glielo ripeto, ma a livello inconscio io so che non è lei. Adesso può ridere ancora, se vuole”.

“Non intendevo offenderla”, disse allegro il poliziotto. Sorrise, come se avesse capito qual era il problema.

“Non sono pazzo”, mi affrettai a dire.

“Lo so”.

La sua risposta, immediata e sicura, mi prese alla sprovvista.

“Mi ha detto che sua moglie è – diciamo così – più vivace da un punto di vista sessuale. È cambiata anche sotto altri punti di vista?”

Pensai a tante cose, piccoli gesti che c’erano stati tra di noi e che mi avevano sorpreso. Per anni il nostro rapporto era andato avanti stanco, adagiato su una routine piatta; ora eravamo come due innamorati incoscienti che fanno un sacco di sciocchezze. Avevo riscoperto il gusto di corteggiarla, di farla ridere, di fare l’amore con lei. Non m’importava più cosa facevamo fintanto che la facevamo insieme; non mi sentivo depresso come prima, demoralizzato per la mancanza di lavoro e per un figlio mai arrivato. Ero felice, ottimista.

“Vede?”, disse il poliziotto. “Non sembra anche a lei che la situazione sia migliorata?”

“Sì”, concordai. Fissai il poliziotto a bocca aperta. “Ma come ha fatto? Mi ha letto nella mente?” Quelle cose mica le avevo dette a voce alta!

“Venga”, disse lui.

Mi prese sottobraccio e mi condusse fuori. In sala d’attesa c’era silenzio, tutti ci guardavano. Anzi, guardavano me. E sorridevano. Ad un tratto partì un applauso spontaneo.

Avvampai, imbarazzato. “Non capisco…” Era piacevole, quel tributo di stima.

“Ma sì che capisce, lei ha già capito tutto”, disse il poliziotto, battendomi la mano sul braccio. “Venga, venga”.

Uscimmo. Era una giornata radiosa. Ci fermammo sul marciapiede, riscaldati dal sole, accarezzati da una brezza profumata. Stavo da dio.

“L’umanità non è più senza speranza, mio caro signore. L’umanità sta cambiando, e tra una o due generazioni, sarà l’umanità che tutti voi avete sempre sognato. L’umanità che i poeti e i filosofi hanno immaginato e teorizzato secoli e secoli or sono, quell’umanità amorevole e compassionevole che i vostri testi sacri hanno profetizzato. Ci siamo, caro signore, ci siamo quasi! Certo, è stato necessario inoculare un gene straniero, chiamiamolo così, un gene proveniente dal cosmo profondo, un gene che ha compiuto un lungo viaggio prima di trovare un terreno di coltura nel quale ambientarsi e crescere. Ma non si spaventi, ciò non significa che voi non sarete più voi. Voi sarete sempre voi… con una piccola aggiunta, noi. Non abbia paura, caro signore, sua moglie è sempre sua moglie. Continui a vivere una vita felice al suo fianco, e cosa importa se non ricorda qualche dettaglio del passato? Sono solo dei nomi, si possono imparare! E in quanto al viaggio di nozze… che le importa? Fatene un altro! Riempia lo spazio vuoto con ricordi nuovi. Sono certo che saranno più belli ed emozionanti! Adesso torni pure a casa, e non dimentichi mai di essere sempre felice e innamorato di sua moglie!”

“Ma… cambierò anch’io?”

“Certamente, caro signore. Cambierete tutti – cambieremo tutti. Il passato non ci sarà più, questo triste, arido passato di odio e ostilità. Ci sarà solo il futuro, un futuro meraviglioso! Coraggio, caro signore, coraggio! Il futuro, il futuro!”

Le parole del poliziotto risuonavano ancora nella mia mente quando, non appena misi piede in casa, Enrica mi buttò le braccia al collo e con un bacio mi annunciò di essere incinta.